Nel mezzo del quartiere signorile intorno a viale Cenisio, all’angolo tra le vie Stilicone e Principe Eugenio, sorge un autentico gioiello di architettura residenziale rinascimentale milanese, Villa Simonetta. Chiamarla “Villa delle delizie” è sicuramente il nome più appropriato per questo magnifico esempio di dimora storica di rara bellezza, gioiello architettonico rinascimentale di raffinatezza tipicamente italica. È questa forse una delle più belle ville “extra-moenia” (cioè fuori dalle mura) arrivate sino a noi. Opera questa che un maggiorente locale dell’epoca, si era fatto costruire come dimora di campagna, immersa nel verde, lontana dai trambusti della vita cittadina. Ad oggi, questo risulta essere l’unico esempio sul territorio lombardo, della moda, dei nobili del cinquecento, di costruire ville in stile rinascimentale al di fuori delle mura della città. A volerla sintetizzare in poche immagini, ne basterebbero tre in tutto: quella di un governatore spagnolo illuminato in una Milano del ‘500, quella di un’avvenente nobildonna che, nel ‘600, a mo’ di mantide religiosa, faceva sparire i suoi giovani amanti, e infine quella di una banda di giovinastri specializzata in scherzi e burle che, nel ‘800 trasformava banchetti e feste organizzate in quella villa, in festini lussuriosi. Pepe e sale a sufficienza, per creare quegli aloni di mistero e di leggenda che avvolgono una Villa di Delizie come questa. Tanto per intenderci, Villa Simonetta era solo l’ultimo dei nomi attribuiti a questa costruzione, poiché precedentemente, era conosciuta con nomi diversi: ma vediamo di ricostruirne la storia dalle origini. Negli ultimissimi anni del ‘400, tale Gualtiero da Bascapé, Cancelliere e Giudice dei Dazi alla Corte di Ludovico il Moro, aveva avuto l’occasione di acquistare in aperta campagna, un fondo agricolo coltivato a vigna di proprietà dell’Ospedale Maggiore. In quel terreno, che si trovava ad una manciata di chilometri da Porta Tenaglia, aveva pensato di far erigere una villa per sé, da utilizzare come “casino di caccia”, ove potersi ritirare, una volta abbandonati i suoi uffici pubblici a Corte. La villa tornò a “rivivere” quando, nel 1592, venne acquistata da Monsignor Alessandro Simonetta, già nunzio apostolico a Napoli, fra il 1570 e il 1572. Ormai anziano, il prelato si prodigò per farla diventare uno degli edifici più prestigiosi della Milano di epoca barocca. È proprio da questa famiglia che l’edificio assunse il nome definitivo di “Villa Simonetta “. La famiglia aveva deciso di acquistare questa villa fuori città essenzialmente per allontanare da casa la figlia Clelia, soggetto molto chiacchierato essendo piuttosto vivace e problematico da gestire. Appena sposata, la giovane era rimasta vedova e abitando in casa con i genitori, i suoi atteggiamenti troppo libertini per i tempi, davano scandalo rovinando il buon nome della famiglia e esponendo lei ai giudizi non certo benevoli e lusinghieri delle malelingue del vicinato. Nei salotti della “buona società”, l’argomento “Clelia Simonetta” era sempre il preferito sulla bocca di tutti. La giovane, saltando da un’alcova all’altra, non godeva certo della fama di donna ‘rispettabile’, ma la trasgressione ai canoni della rigida morale imposta dalla Chiesa, stuzzicava indubbiamente le fantasie. E poi, dopo tutto, era la figlia di un monsignore! I genitori quindi, come “extrema ratio”, sperando di evitare ulteriori devastanti scandali per il nome (già compromesso) della famiglia, decisero di allontanarla dalla casa di città, mandandola a vivere da sola in questa villa isolata “extra-moenia “, certi che la solitudine “monastica” di quel luogo, l’avrebbe sicuramente fatta riflettere sui suoi comportamenti troppo “liberi” e di conseguenza, rinsavire. Ma il termine “solitudine” era una parola sconosciuta nel vocabolario di Clelia. Evidentemente suo padre troppo dedito agli affari di Chiesa, non aveva capito nulla di lei, pecora nera della famiglia! Bella, ricca, giovane, piacente, assolutamente disinibita, la fanciulla non aveva perso tempo a trovare consolazione e a rifarsi una vita. Infatti, trovatasi “sola” a gestire la servitù, in questa villa sperduta in campagna, Clelia, invece che contrirsi in pentimento, colse l’occasione per dar libero sfogo alle sue fantasie organizzando feste sfarzose e lussuriose, in cui era naturalmente lei a comandare i giochi. In barba a qualunque morale, aveva cominciato a darsi ai piaceri più sfrenati con gli amici e gli amici degli amici. Fra una padrona di casa sempre disponibile e il luogo elegante e signorile, i rampolli dell’alta società non disdegnavano frequentare quell’ambiente, per provare esperienze al di fuori dai classici schemi. Quello era il luogo ideale per dare libero sfogo ad opportunità irripetibili in città, essendo così isolato e protetto dagli occhi indiscreti delle malelingue bigotte sempre pronte a giudicare il prossimo e a sparlare di quei festini. Con una padrona di casa come lei, Villa Simonetta era diventata davvero una “Villa delle Delizie”, un autentico tempio del peccato! Sarebbe stato ingenuo credere che l’eco di queste feste fuori città non fosse, in breve tempo, comunque, oggetto preferito di pettegolezzi, nei salotti buoni di Milano. Quando i giovani frequentatori della villa sperimentavano qualcosa d’imprevisto o d’inconsueto, beh, era ben difficile riuscissero a trattenersi dal raccontare “in segreto” all’amico (che non aveva potuto partecipare a quei festini) la sconvolgente esperienza vissuta. Da lì, la notizia faceva presto a diventare di dominio pubblico! Era proprio l’originalità a fare scalpore e a creare indubbio motivo di pettegolezzo: in particolare l’eccentricità della padrona di casa. Ad esempio, pare, avesse imposto agli invitati una sorta di rito di purificazione prima di poter iniziare la festa vera e propria: un bel bagno turco, seguito da abluzioni in una vasca d’acqua fredda (per rassodare e tonificare la pelle), prima di poter accedere alle varie sale, ed assaporare i piaceri proibiti. Piccole manie di Clelia (peraltro più che legittime) che erano naturalmente motivo di scandalo fra la gente comune perché all’epoca, non dimentichiamolo, lavarsi con l’acqua era addirittura proibito, stante la convinzione diffusa che fosse la fonte primaria di tante malattie, fra cui la peste. Ad attendere gli ospiti era sempre lei, Clelia Simonetta in persona: un’eccentrica e bella padrona di casa, decisamente ninfomane con le sue continue manifestazioni di seduzione, di provocazione, di desiderio sessuale e con quella punta di sano amore per il sangue, che non guasta mai. Quanto questi racconti fossero realtà o leggenda, non è dato sapere, comunque, a quanto pare, a Villa delle Delizie ci si dava alla pazza gioia e successero, per anni, “cose turche”! Parlando di Villa Simonetta, le cronache dell’epoca riferiscono che un giorno, diversi giovani andati ad una delle tante feste organizzate dalla Nobildonna, non avrebbero più fatto ritorno a casa! Dopo ricerche infruttuose ovunque fatte dalle fidanzate e dai familiari degli interessati, Clelia venne formalmente accusata di aver fatto sparire nel nulla, ben undici baldi giovani, tra i più belli e prestanti dell’intera città. Ridda di supposizioni … le voci più insistenti l’accusavano di aver organizzato dei giochi erotici perversi talmente spinti, da portare alla morte i partecipanti. Altri propendevano per la tesi che Clelia si fosse divertita a far strangolare i propri amanti, dopo notti d’amore e di passione. C’era infine chi avanzava l’ipotesi che fossero stati assassinati dalla stessa Clelia durante i suoi riti esoterici. Le ricerche operate dalla polizia non ebbero comunque alcun esito e il caso rimase irrisolto. Già dopo le prime accuse, Clelia scomparve nel nulla, c’è chi dice si sia suicidata, altre voci di popolo narravano che fu la sua stessa creatura ad ucciderla, di Clelia Simonetta non si seppe più nulla. Per molti decenni Villa Simonetta rimase disabitata, invenduta, nessuno più volle acquistarla, si ipotizzò perfino di demolire la dimora, per dimenticare questa orribile storia, ma non successe. Qualche tempo dopo, si scoprì che Clelia Simonetta era appassionata e studiosa di scienze occulte, e aveva creato nel seminterrato una sorta di laboratorio alchemico segreto, dove assemblò e cucì assieme diverse parti dei cadaveri degli 11 ragazzi, creando una sorta di Golem, una sorta di “uomo perfetto” secondo i suoi gusti, e pare ci abbia anche fatto sesso. Ogni volta, alla fine delle lussuriose feste, infatti, gli altri rampolli sopravvissuti, raccontarono alla polizia che Clelia spariva andando di sotto, tornando spesso con macchie di sangue sul vestito e con un sorriso languido, godurioso. . Con la sua scomparsa, per la villa cominciarono anni di lento declino. Oltre a tutto il resto, questa villa aveva una caratteristica molto curiosa: un fenomeno di “eco”, per cui era nota addirittura in tutta Europa. Pare che da una finestra al secondo piano, si potesse udire un’eco, in grado di rimbalzare sulla parete della villa innumerevoli volte. Si diceva ad esempio, che la parola “amore” pronunciata da quella finestra, potesse essere ripetuta fino a 40 volte. Lo stesso Stendhal sosteneva nel 1816, che un colpo, partito accidentalmente dalla sua pistola, risuonasse addirittura 50 volte!
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